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MARCATO: «LA RIVOLUZIONE 4.0? NOI ABBIAMO INIZIATO A VIVERLA GIÀ NEL 2005»

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«Le aziende ci considerano come dei partner che risolvono problemi, ma se è così è anche merito degli investimenti in formazione». Piercarlo Marcato racconta l’esperienza felice di Meccanica Marcato. «Ma ci sono stati anche momenti bui, ricordo bene quando le banche prestavano soldi a condizioni usurarie».

 

Una delle più prestigiose Maison di moda al mondo, il leader europeo della componentistica per cicli, un colosso tedesco nel settore delle attrezzature medicali. Sono solo alcune delle aziende che si affidano all’esperienza e capacità di Meccanica Marcato srl, che da oltre vent'anni soddisfa le esigenze più evolute nella lavorazione di parti meccaniche di altissima precisione. Nel racconto del suo fondatore Piercarlo Marcato la soddisfazione per il cammino compiuto, ma anche il ricordo dei momenti difficili. Da cui ha saputo rialzarsi.

Partiamo… dall’inizio. Quando ha deciso di dar vita alla sua attività imprenditoriale e come nasce Meccanica Marcato?

«Ho deciso di intraprendere questa avventura alla fine del 1995. Allora ero responsabile dell’ufficio tecnico di un’azienda di minuterie, ma non ero soddisfatto pienamente. Essere dipendente, sia pur con un ruolo importante, non mi bastava, sentivo di avere delle potenzialità da poter esprimere. Ho preso al balzo l’opportunità che mi ha dato un noto imprenditore, mio conoscente, disperato perché non trovava fornitori, e ho deciso di iniziare prima come artigiano e, successivamente, assieme a mio cognato, come imprenditore».

E siete cresciuti in fretta, pur dovendo fare i conti con alcuni periodi assolutamente complicati, in ultimo a causa della pandemia e dei rincari. Che tendenze ci sono nel vostro settore?

«Oggi Meccanica Marcato ha 15 dipendenti, e ha chiuso il 2019 con un fatturato di 2,1 milioni di euro, sceso nel 2020 ma tornato a salire nel 2021 e nei mesi successivi, riassestandoci a livelli migliori rispetto al pre-pandemia. Abbiamo un parco macchine di 20 unità tra tornitura e fresatura, tutte altamente tecnologiche, fino a 12 assi controllati. Una sala metrologica con strumenti sofisticati di misurazione, un ufficio tecnico con supporto di software CAD CAM. Noi la “rivoluzione 4.0” abbiamo iniziato a viverla nel 2005. È da quell’anno infatti che abbiamo deciso di mettere in rete tutte le macchine per poter implementare un sistema di controllo qualità centralizzato, in modo da poter offrire ai nostri clienti la traccia della frequenza di controllo, delle misurazioni puntuali e numerosi rilievi statistici praticamente in tempo reale. Quattro anni fa, sull’onda delle agevolazioni governative, abbiamo implementato il sistema con la pianificazione della produzione, la manutenzione macchine e altri investimenti dello stesso tipo. Un passaggio impegnativo dal punto di vista organizzativo, ma assolutamente in continuità con l’idea di impresa che abbiamo. Parallelamente abbiamo continuato a investire nella formazione, grazie al supporto di Veneto Più, e penso ad esempio al piano legato a Nuovi Modelli di Sviluppo: digitalizzazione e IOT. Un percorso formativo che abbiamo accompagnato con l’acquisto di beni strumentali, sempre grazie al supporto di Veneto Più. Come dico sempre: non siamo infallibili, tutto questo ci aiuta a sbagliare il meno possibile».

Nell’elenco dei vostri settori di riferimento figurano ciclo, moto, arredamento, biomedicale, accessori moda. Ognuno, evidentemente, con le sue peculiarità specifiche. Cosa cambia per voi nel momento in cui vi rivolgete a un partner del settore ciclistico o motociclistico rispetto a uno della moda o del settore medicale?

«Pur avendo delle macchine “standard”, la nostra “bravura” è quella di adattarle, e quindi studiare, progettare, realizzare attrezzature e soluzioni di volta in volta appropriate ai clienti dei diversi settori. Con sorpresa e soddisfazione i nostri clienti ci danno atto di essere dei partner che risolvono problemi».

Quale è stata la difficoltà più grossa che ha affrontato nella sua carriera di imprenditore? C’è mai stato un momento in cui si è sentito scoraggiato e come l’ha superato?

«Ce ne sono stati diversi, soprattutto nei vari anni di recessione o brusche frenate, nel 2009 e tra il 2012 e il 2013. In quei momenti ci siamo sentiti soli. Andavamo a bussare alle porte delle banche e nella migliore delle ipotesi ci prestavano dei soldi a condizioni usurarie: nonostante la nostra storia e il nostro parco clienti ci negavano fidi o aiuto. Quei momenti li abbiamo superati insieme a consulenti che ci hanno aiutato, qualcuno anche gratuitamente - nei miei momenti bui Confapi Padova ci è stata molto vicina, tanto che non posso che ringraziare il direttore Davide D’Onofrio e il presidente Carlo Valerio - e ci hanno insegnato che non basta essere bravi tecnici. Oggi, sempre di più, bisogna avere conoscenza e tener sotto controllo, direi quasi giorno per giorno, tutti gli aspetti di un’azienda».

Quali sfide vi attendono nei prossimi mesi?

«Per la quotidianità sono quelle comuni a tanti miei amici imprenditori. Dover fare i conti con la reperibilità delle materie prime, la schizofrenia dei prezzi e dei costi dell’energia, doverci organizzarci per rispondere in tempi sempre più brevi alle esigenze dei clienti. Più a lungo termine, io e il mio socio Stefano Scomazzon abbiamo deciso di provare a mettere le nostre competenze nella realizzazione di un nostro prodotto. Ma qui perdonatemi, è prematuro esplicitare cosa. Questa, però, sarà la sfida dei prossimi due o tre anni».

E allungando ancora la prospettiva, come vede la sua azienda tra vent’anni?

«Non saprei, io ho tre figli grandi, mi auguro che possano, almeno uno, raccogliere il testimone, anche se, con un mondo che cambia così rapidamente, e con i cambiamenti che ci sono stati tra la mia e la loro generazione, il passaggio di testimone non lo vedo così naturale. Spero comunque rimanga un’azienda con le peculiarità di oggi, indipendentemente da chi prenderà il nostro posto. La mia storia penso si possa paragonare a quella di molti piccoli imprenditori veneti, fatta di sacrifici, tanto lavoro, rinunce. I nostri figli, anche per colpa nostra, non hanno voglia di fare quello che abbiamo fatto noi. Del resto non so che nuove professioni ci possano essere tra vent’anni…».

Qualche anno fa anche assieme ad altri imprenditori lei aveva sollevato il problema della manodopera difficile da trovare e che, comunque, richiede molto impegno da parte delle aziende da dedicare alla formazione. È cambiato qualcosa da allora? Ritiene che persista sia uno scollamento tra mondo della scuola e mondo del lavoro?

«In generale, secondo me, la situazione è peggiorata. I ragazzi sanno sempre meno e, complice una politica governativa assistenzialista, lo scollamento si è ampliato. C’è comunque l’attenuante Covid che ha sparigliato molte situazioni… Noi siamo stati fortunati ed abbiamo trovato due trentenni che abbiamo inserito in produzione, con poca esperienza ma con tanta voglia di imparare, e stanno bruciando le tappe: stanno crescendo sia come programmazione che nell’attrezzare la macchina. Resta il fatto che nella decisione di effettuare nuovi investimenti in macchinari dobbiamo tener conto di queste difficoltà nel trovare manodopera qualificata».

 

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